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» Sydney Wine Competition
Paese che vai,
concorso che trovi
di M. Gily
 

Partito da Milano un venerdì pomeriggio di ottobre, ho attraversato aeroporti e fusi orari tra Londra e Hong Kong fino ad arrivare in Australia la domenica mattina, e il giorno dopo cominciava il 28° concorso internazionale di Sydney. Per fortuna dai miei viaggi ho imparato ad ammortizzare questi stress senza troppo danno e non mi sono addormentato sul tavolo di degustazione come temevano i miei ospiti.
Malgrado un certo orgoglio per essere stato invitato a rappresentare il mio paese in questa prestigiosa giuria internazionale, prima e durante il viaggio sono stato assalito più volte dal dubbio che non ne valesse la pena: attraversare mezzo mondo in classe economica (la business era fuori budget per chi mi ha invitato, sono molto grato ugualmente a Warren Mason, patron del concorso) avanti e indietro in una settimana non è uno scherzo per chi non ha più vent’anni, e non avevo modo di allungare il soggiorno per altri impegni di lavoro in Italia.

Ma al ritorno i miei dubbi erano svaniti: il concorso era valso il viaggio. E non solo per la qualità dei vini, prevalentemente australiani e neozelandesi ma con presenze europee e italiane, ma soprattutto per l’esperienza professionale ed umana. La “SIWC” (Sydney International Wine Competition) assomiglia poco ai concorsi che facciamo in Europa.
Ma prima degli aspetti tecnici voglio dire dei dodici miei compagni di giuria. Non ho mai lavorato con un panel di così alto livello. Tutti gli altri giudici provenivano da paesi di lingua inglese: Australia, Nuova Zelanda, Sudafrica, Inghilterra, Stati Uniti e Hong Kong. Quattro di essi erano, o meglio sono, “Master of Wine” il prestigioso titolo conferito dalla severa accademia londinese, da molti ambito ma conferito attualmente a soltanto 275 persone, per lo più nel mondo anglosassone e massimamente in Gran Bretagna. Quanto agli “stranieri”, per inciso, tra i membri del sodalizio ci sono quindici francesi, un greco, tre tedeschi, due spagnoli e nessun italiano. E va bene, si sa che a scuola non siamo dei fenomeni e soprattutto non sappiamo le lingue...
Tornando ai giudici, meno della metà erano enologi, tra questi il presidente della giuria, il noto “flying winemaker” Kym Milne, che ha lavorato anche per diverse cantine italiane. L’ottimo Kym è uno dei pochi al mondo ad aver passato tutti gli esami per diventare “master of wine” al primo tentativo. Gli altri giudici erano in parte operatori economici, quindi importatori, buyer, enotecari ed in parte giornalisti di settore. Non solo bravi ma anche simpatici, alla mano e di compagnia, sempre pronti a ripetere le loro frasi più lentamente e a spiegarmi le battute che non capivo nel mio inglese imperfetto. E, finita la giornata con 120 vini assaggiati, tutti a rilassarsi con… una bella birra!

Ed ora ecco come si é svolto il concorso. I vini vengono divisi in diverse categorie e per ogni categoria si fanno batterie di 25-30 vini. In una stessa giornata si degustano più batterie, sempre alternando batterie con caratteristiche diverse, ad esempio una di bianchi e poi una di rossi. La prima fase, eliminatoria, viene gestita tramite commissioni composte da due persone, che devono scegliere un numero prefissato, con qualche tolleranza, di vini in una batteria, da passare alla fase finale, ad esempio 4 o 5 su 30. Ogni giudice, dopo aver degustato individualmente, propone la sua scelta all’altro, si valutano convergenze e divergenze, riassaggiando ci si accorda dove possibile; se permangono opinioni diverse si scelgono solo i vini sui quali c’è accordo e il presidente della giuria sceglie i rimanenti tra quelli delle due selezioni. In questa fase non si compila alcuna scheda.
Nella fase finale due commissioni di sei membri valutano, sempre individualmente, le batterie di vini.

Qui interviene l’elemento di maggiore originalità del premio: ad ogni batteria di vini viene abbinato un piatto appositamente pensato per l’abbinamento e cucinato, ottimamente devo aggiungere. Quindi i giudici assaggiano e mangiano. Questo farà inorridire qualcuno. La teoria che viene proposta dagli organizzatori del premio è che in questo modo si valuta il vino nelle condizioni normali del suo consumo, quindi in abbinamento con il cibo. Ho trovato strano che questa dottrina mi venisse proposta fuori dall’Europa, visto che il consumo del vino a tavola è proprio del nostro continente, assai più che del Nuovo Mondo.  Il piatto viene servito dopo che i giudici hanno fatto un primo giro di orizzonte sulla batteria ed espresso, talvolta, un punteggio provvisorio. Personalmente ho adottato la tecnica di selezionare un certo numero di vini preferiti della batteria da riassaggiare con il cibo tralasciando tutti gli altri. E in alcuni casi dopo il “pairing” ho cambiato i punteggi.
Anche qui non c’è una scheda strutturata ma ognuno esprime un punteggio sintetico da 1 a 10 e correda il suo giudizio con una descrizione libera del vino, che successivamente viene registrata su un magnetofono. Le descrizioni che ogni giudice ha espresso per ogni vino premiato  vengono poi sbobinate e pubblicate sul sito internet del premio (http://www.top100wines.com): sito molto frequentato da tutto il mondo e che costituisce di fatto l’unica forma ufficiale di pubblicizzazione e divulgazione dei risultati, insieme al “bollino” che i produttori possono applicare sulle bottiglie dei vini vincitori. Nell’ultima annata i “bollini” del concorso hanno abbigliato ben tre milioni di bottiglie, contribuendo così in modo determinante al finanziamento del concorso stesso perché il “bollino” si paga, e non mi risulta che ci siano finanziamenti pubblici ma solo alcuni sponsor privati, la cui immagine va in rotazione su un solo “banner” sul sito citato. L’elaborazione dei risultati e soprattutto dei testi è complessa, infatti tra le degustazioni e la pubblicazione dei risultati passano oltre tre mesi.

Premesso che nessun test di degustazione è perfetto e ognuno ha pregi e limiti, il grande numero dei vini degustati e la semplicità del metodo di giudizio non mi ha fatto rimpiangere l’assenza della classica scheda centesimale dei concorsi italiani ed europei, quella dell’Union des Oenologues. La quale, non sono il solo a dirlo, con la sua astrusità concettuale e il suo linguaggio iniziatico è assai lontana dal modo con cui un normale consumatore si accosta al prodotto. Tanto è vero che, come ho visto in moltissime occasioni, quasi nessuno la usa davvero: si esprime un giudizio sintetico in centesimi e poi si compila la scheda a ritroso, con l’intento di far “tornare i conti”. Un’assurdità di cui sarebbe ora di prendere atto, concludendo che quel modello promana odore di muffa (non nobile) e va quindi cambiato. Dopo questi giudizi penso che nessuno in Italia mi inviterà più ai concorsi. Ebbene, me ne farò una ragione.